Diario di un traduttore
[Pensieri, riflessioni, ossessioni e sogni di un giocatore alle prese con la lingua inglese]

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martedì 16 gennaio 2007

Cosa tradurre?

Quando è effettivamente necessario tradurre un testo? Questo mio spunto riflessivo nasce da un capitoletto tratto dal documento di cui ho parlato nel mio ultimo post. In realtà le intenzioni di quest'ultimo sono differenti dalle mie: dove infatti esso si pone nei confronti del traduttore professionista che deve scegliere insieme al cliente cosa è meglio non tradurre (in quanto non necessario), io preferisco invece vestire i panni del traduttore che deve scegliere qualcosa da tradurre e, all'intero di questo, cosa tradurre. Proprio a tal fine sopra ho usato il termine "spunto".
Tornando al merito della questione, quello che è il punto principale da cui nasce ogni traduzione amatoriale è anche probabilmente quello più sottovalutato di tutti:

  • cosa tradurre?
  • è necessario tradurre tutto?
Limitandosi a un'analisi della scena amatoriale, i criteri sono principalmente personali, ovvero legati alla sfera dei proprio gusti e preferenze. E' così che ho iniziato a tradurre Clive Barker's Undying, così Chaser, così Darwinia, così Def... (ops, di questo non devo ancora parlare :-D). Anche in questo caso, però, spesso ci si deve trovare a compiere una scelta, in quanto non si può inseguire contemporaneamente ogni desiderio, ogni preferenza. La tentazione principale che infatti può rapire un traduttore è quella di buttarsi anima e corpo in troppi progetti per volta, per poi rischiare di non terminarne nemmeno uno (quante traduzioni ho rimandato nel tempo a causa di tutto ciò? troppe, mi verrebbe da dire... ed ecco perché conosco bene questo problema). Ed è proprio qui che deve intervenire la razionalità che dovrebbe risolvere una delle due domande che avevo posto sopra.
Una volta compiuta una scelta ci si trova quindi davanti ai testi veri e propri, e allora interviene la seconda domanda, ed è qui che si scopre che non è affatto necessario tradurre proprio tutto! Innanzitutto un buon traduttore non deve mai forzare una lingua straniera nella propria quando questo processo può diventare esasperante. L'uso di terminologie straniere è infatti consigliato ogni qualvolta che l'uso di una traduzione potrebbe rovinare o interferire con quello che è il tono o il contesto generale. Il voler a tutti i costi localizzare ogni parola può risultare molto più pesante all'occhio dell'utente finale di quanto non avrebbe fatto il mantenimento dell'originale.
Senza però addentrarci nell'annosa questione sulla traduzione di termini tecnici (cosa che mi riservo di fare prossimamente, sempre in questo "ciclo" dedicato alla pubblicazione dell'AITI), il dover scegliere "cosa tradurre" è anche legato a un altro aspetto: spesso i videogiochi contengono infatti alcune parti che per vari motivi erano stati in prima analisi inseriti, per poi risultare inutilizzati causa "change requirements" in corso d'opera. Ciò da una parte può portare il traduttore a scoprire divertenti retroscena (sapevate che Delta Force: Black Hawk Down inizialmente doveva permettere ai giocatori di guidare anche i mezzi, tra cui gli elicotteri?), ma da un'altra lo può portare fuori strada concentrandolo su parti poi impossibili da testare, con somma perdita di tempo.
Da tutto quanto scritto sinora si evince quindi come la fase iniziale di creazione di una traduzione è in realtà davvero molto più importante di quanto non si pensi, al punto da influenzarne spesso anche gli sviluppi successivi. E per questo, non andrebbe mai sottovalutata, sia a livello amatoriale (quello di cui ho trattato io sinora), sia a livello professionale (quello di cui si è invece occupata l'AITI).

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