Diario di un traduttore
[Pensieri, riflessioni, ossessioni e sogni di un giocatore alle prese con la lingua inglese]

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lunedì 30 luglio 2007

UNI EN 15038

Molti ambiti professionali dispongono di norme atte a unificare e standardizzare il concetto di "qualità di un servizio", al fine di attribuire un significato univoco del termine. Fino all'anno scorso, l'unica norma che si proponeva tale compito nel campo della traduzione e dell'interpretariato era la UNI 10574, risalente al 1996, che definiva i requisiti dei servizi e delle attività delle imprese di traduzione e interpretariato.
Nel corso del 2006 si è deciso di rimettervi mano e di attuare una maggior distinzione tra i due campi, introducendo così le norme UNI EN 15038 e UNI 10574. Quella che riguarda l'ambito che mi è più a cuore (naturalmente non l'interpretariato) è la prima. A tal proposito cito direttamente dall'Ente Nazionale Italiano di Unificazione (UNI) i punti chiavi:

I requisiti stabiliti dalla norma UNI EN 15038:2006 riguardano le risorse umane e tecniche, la gestione della qualità e del progetto, il contesto contrattuale e le procedure del servizio.
Tra le condizioni basilari richieste al fornitore di servizi di traduzione sono poste in rilievo le competenze professionali dei traduttori e dei revisori. Competenze che vanno, naturalmente, dalla capacità comprovata di traduzione alla competenza linguistica e testuale nella lingua di "partenza" e di "arrivo", contemplando la perizia nella ricerca, l'acquisizione e l'elaborazione delle informazioni e la competenza culturale e tecnica.
Tra i requisiti base che il fornitore deve garantire figura anche, oltre alla disponibilità di risorse tecniche, la disponibilità di un sistema di gestione per la qualità documentato, che comprenda una dichiarazione degli obiettivi del sistema di gestione della qualità, un'attività di sorveglianza della qualità dei servizi di traduzione forniti e l'attività di gestione di tutte le informazioni e i materiali ricevuti dal cliente.

UNI EN 15038

Veniamo alle procedure da seguire nei servizi di traduzione, su cui la norma si focalizza. Innanzitutto il TSP "deve disporre di procedure documentate per la gestione dei progetti di traduzione" che devono includere, tra l'altro, la sorveglianza e la supervisione dell'attività di preparazione (che deve trattare gli aspetti amministrativi, tecnici e linguistici appropriati ai requisiti specifici di ogni progetto di traduzione), l'assegnazione di traduttori e revisori al progetto e la garanzia di mantenimento dei contatti con tutte le parti coinvolte nel processo, cliente incluso.
Proprio riguardo al processo di traduzione, la norma specifica il lavoro fondamentale del traduttore, che "deve trasferire nella lingua di arrivo il significato espresso nella lingua di partenza per produrre un testo in conformità alle regole del sistema linguistico della lingua di arrivo e che soddisfi le istruzioni ricevute all'assegnazione del progetto", il tutto tenendo conto sia dell'appropriato uso terminologico, grammaticale, stilistico sia delle convenzioni locali e, non ultimo, del gruppo di arrivo e lo scopo della traduzione.
La norma è completata da cinque appendici riguardanti: i dettagli della registrazione del progetto, l'attività di pre-traduzione tecnica, l'analisi del testo di partenza, una guida di stile e un elenco di servizi a valore aggiunto. - Ente Nazionale Italiano di Unificazione (UNI), "Traduzione e interpretariato, ora le norme sono due"

Gli spunti che si possono trarre da un testo simile sono davvero svariati, ma i più importanti li ho appositamente evidenziati per farli subito risaltare. Questi mettono in evidenza:

  • l'esperienza e la capacità di traduttori e revisori, i veri protagonisti del lavoro
  • una gestione del processo di qualità, con tanto di documentazione
  • le procedure di gestione dell'intero processo lavorativo
  • il significato intrinseco di una traduzione
La natura variegata di questi punti fa pensare che in realtà questa norma cerchi di definire sin troppi aspetti, spaziando dal concetto di "traduzione" sino a definirne alcuni passaggi chiave attraverso i controlli e la documentazione. In realtà copre abbastanza a sufficienza (per quanto sia possibile fare, naturalmente, attraverso un testo unico) quello che dovrebbe essere l'approccio a questo lavoro.
L'esperienza delle persone coinvolte è indispensabile, così come un processo di controllo che sia atto a epurare il prodotto finale da sbavature, incongruenze e incomprensioni. La documentazione (che personalmente non vedo per forza sotto forma di fogli scritti a mano o al computer, quanto come realizzazione di attenzione ai particolari da parte di chi è coinvolto attivamente nel lavoro) è inoltre un ulteriore passo atto a dare una forma a tutte le fasi principali, di modo da poter ripercorrere a ritroso un processo e magari scoprirne eventuali falle da correggere.
A fianco di questi concetti, come dicevo sopra, la norma cerca anche di attribuire un significato al processo di traduzione, e lo fa in maniera concisa: l'aspetto importante è trasferire il "significato" di un testo da una lingua a un'altra. Questo principio, sebbene lo trovi corretto, mi sento di dire che in realtà è parzialmente incompleto: non è infatti solo il significato che va trasportato, ma anche l'anima di un testo... i toni, i modi. Se all'interno di un gioco c'è un personaggio che esprime un pensiero con fare arrogante, la traduzione non deve limitarsi a riscrivere il significato in un'altra lingua, ma ne deve trasporre persino l'arroganza, il modo di fare. Non è certo un processo sempre facile, ma questo dovrebbe essere il vero compito del traduttore.
Per il momento mi fermo qui, riservandomi di tornare sulla questione in altri tempi.

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lunedì 29 gennaio 2007

Quale conoscenza?

Quale conoscenza deve avere un traduttore della linga dalla quale, o verso la quale, traduce? Il documento pubblicato dall'AITI, a cui ho già più volte fatto riferimento nelle ultime settimane su questo spazio (vedere link a fine post), pone una questione molto precisa:

Scrivere e parlare sono due cose diverse. La padronanza della lingua parlata non garantisce uno stile di scrittura altrettanto apprezzabile. - AITI, Guida all'acquisto dei servizi di traduzione

Ma è vero che si può avere un livello di conoscenza diversa di una lingua dal parlato allo scritto? Certamente sì, e da questo punto di vista l'appunto è molto preciso. Questo però non implica che un traduttore di questo tipo non sia in grado di affrontare una traduzione, e difatti subito dopo l'AITI "corregge il tiro" specificando quanto segue:

Anche se utilizzate comunemente il francese, l'inglese o lo spagnolo per lavoro e trascorrete lunghi periodi all'estero, nel 99% dei casi le frasi che cercherete di mettere per iscritto suoneranno subito "straniere". E' un problema? Può non esserlo quando [...] desiderate che il vostro testo abbia un gusto "esotico". - AITI, Guida all'acquisto dei servizi di traduzione

In realtà quindi la scelta dovrebbe dipendere da quello che si vuole sia il "tono" (o appunto il "gusto") dell'opera finale. Un traduttore più esperto nella lingua parlata probabilmente avrà una spiccata tendenza a conoscere modi di dire gergali e i suoi lavori saranno probabilmente più adatti ai dialoghi, che alle narrazioni.
L'AITI comunque non si ferma qui, e successivamente descrive la situazione inversa:

Insegnare una lingua straniera è un'attività impegnativa che richiede un insieme di competenze specifiche, che tuttavia raramente coincidono con quelle necessarie per eseguire traduzioni scorrevoli e stilisticamente adeguate. - AITI, Guida all'acquisto dei servizi di traduzione

L'esempio dell'insegnante è agli antipodi rispetto a quello precedente: dove infatti il primo era esperto nel gergo vocale, il secondo è grande conoscitore della forma e della grammatica. Una traduzione però che rispetti eccesivamente le regole grammaticali può essere sì fedele all'originale, ma probabilmente risulterebbe anche essere impersonale e poco coinvolgente in contesti simili a quelli dei videogiochi.
Infine, la guida AITI pone un'ultima questione: il buon traduttore opera sempre verso la propria lingua madre, salvo rarissime eccezioni.

D'accordo, le eccezioni esistono, ma non sono mai molte. [...] Se la traduzione è effettivamente accurata e scorrevole e se il traduttore garantisce la stessa qualità anche per il vostro testo, vale la pena di provare. - AITI, Guida all'acquisto dei servizi di traduzione

Sinceramente, è difficile contraddire quanto sopra: pur conoscendo l'inglese, non mi sentirei davvero a mio agio a effettuare una traduzione verso l'inglese. O meglio, lo farei, ma su contesti un po' più "complessi" non potrei probabilmente raggiungere lo stesso livello di un traduttore inglese.
Riassumendo quanto sopra, chi è quindi un bravo traduttore? E' chiaro che non esiste una figura univoca che racchiude questa "professione" (virgolette d'obbligo, visto che non solo di professione si deve parlare), ma che al contrario ne esistono molte che si adattano a seconda delle circostanze. Ovviamente non si può sempre suddividere un lavoro tra tante persone diverse, soprattutto se si parla di traduzioni amatoriali. In generale penso comunque che un traduttore del primo tipo (ovvero quello che non ha una conoscenza perfetta della grammatica, ma se la cava con la lingua parlata) sia quello più indicato e diffuso per quanto concerne l'ambito del G.I.T., dove i testi parlati e le forme gergali sono sicuramente più all'ordine del giorno e più adeguate al contesto, rispetto a un rigido rispetto della forma.

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Cosa tradurre?
Quale è il compromesso migliore?

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venerdì 19 gennaio 2007

Quale è il compromesso migliore?

La traduzione perfetta non esiste. Su questo non ho alcun dubbio. Esiste al più la traduzione ben fatta, quella curata in ogni particolare, dalla forma alla punteggiatura, dal rispetto per l'originale a tutti quei particolari che ne possono fare un lavoro degno di nota. Ma come fare a capire come raggiungere tale obiettivo? Quale è il compromesso migliore tra una buona traduzione e un rilascio che non sia eternamente rimandato?

Durante un incontro all'ambasciata moscovita, un famoso calciatore italiano che aveva preso qualche lezione di russo disse "ia goluboj" a un gruppo di austeri funzionari: è la traduzione letterale di "sono azzurro", peccato che in russo significhi "sono gay". - AITI, Guida all'acquisto dei servizi di traduzione

Questo divertente episodio riportato nel documento del'AITI è particolarmente significativo se si pensa che non sempre è facile tradurre un testo, soprattutto se quest'ultimo contiene dei "doppi sensi" di cui non si è a conoscenza: nel migliore dei casi il senso originale andrebbe perso, ma nel peggiore dei casi si potrebbe anche incorrere in equivoci simili a quelli del calciatore. Proprio a tal proposito si deve sempre fare attenzione al contesto in cui è contenuta ciascuna frase: nel caso di dialoghi o di testi dal tono più confidenziale è infatti più probabile incontrare modi di dire o frasi fatte rispetto a testi formali o dall'aspetto più "illustrativo" (come può essere un tutorial, o una guida in-game).
A parte il contesto, l'attenzione del traduttore dovrebbe anche essere incentrata su ciascuna frase in sé stessa: se questa una volta trasportata nella propria lingua sembra apparire fuori luogo, allora è molto probabile che in realtà l'autore intendesse dire qualcos'altro che non è stato inizialmente percepito. Mentre quindi il primo controllo in base al contesto può essere fatto mentre si traduce, il secondo spesso viene rilevato in fase di rilettura. Una volta che si è capito però di trovarsi davanti a un caso come questo, come si procede? Di norma non esiste un modo univoco per procedere, e quindi si tratta ciascun caso come a sé stante (sempre nel rispetto del contesto).

Fable

Particolarmente esplicativo è il caso di Fable, gioco che traducemmo ufficialmente per conto di Vertigo Translations. Ebbene, questo gioco presentava vari testi in rima, facenti parte di alcune filastrocche e ritornelli che una specie di menestrello decantava. La traduzione di queste frasi (di cui si occupò il bravissimo Andrea "Entreri") fu particolarmente complessa proprio perché si voleva cercare di mantenere il più possibile intatti lo spirito scanzonato e tutti i doppi significati che vi erano annidati, nonché le rime. Naturalmente la lettura di tali testi nella versione italiana davano una sensazione leggermente diversa da quella originale (certi doppi sensi in italiano non esistono), ma ugualmente riuscimmo a mantenere rime e ritmo, garantendo contemporaneamente il tono tipico dei bardi medioevali, dato che quello era appunto il contesto.
Le linee guida AITI suggeriscono agli autori di evitare di costruire testi su immagini che possono derivare dalla propria cultura, dando così ai traduttori un contenuto che sia il più possibile portabile senza alcun trucco linguistico. Naturalmente nell'ambito dei videogiochi in generale questo consiglio non è spesso applicabile, e certamente non riguarda la figura del traduttore di cui ho parlato io sinora. Anche questa volta, quindi, ho preso spunto da un pensiero specifico per trarne una visione più generale applicata alla realtà del G.I.T.!

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Cosa tradurre?

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martedì 16 gennaio 2007

Cosa tradurre?

Quando è effettivamente necessario tradurre un testo? Questo mio spunto riflessivo nasce da un capitoletto tratto dal documento di cui ho parlato nel mio ultimo post. In realtà le intenzioni di quest'ultimo sono differenti dalle mie: dove infatti esso si pone nei confronti del traduttore professionista che deve scegliere insieme al cliente cosa è meglio non tradurre (in quanto non necessario), io preferisco invece vestire i panni del traduttore che deve scegliere qualcosa da tradurre e, all'intero di questo, cosa tradurre. Proprio a tal fine sopra ho usato il termine "spunto".
Tornando al merito della questione, quello che è il punto principale da cui nasce ogni traduzione amatoriale è anche probabilmente quello più sottovalutato di tutti:

  • cosa tradurre?
  • è necessario tradurre tutto?
Limitandosi a un'analisi della scena amatoriale, i criteri sono principalmente personali, ovvero legati alla sfera dei proprio gusti e preferenze. E' così che ho iniziato a tradurre Clive Barker's Undying, così Chaser, così Darwinia, così Def... (ops, di questo non devo ancora parlare :-D). Anche in questo caso, però, spesso ci si deve trovare a compiere una scelta, in quanto non si può inseguire contemporaneamente ogni desiderio, ogni preferenza. La tentazione principale che infatti può rapire un traduttore è quella di buttarsi anima e corpo in troppi progetti per volta, per poi rischiare di non terminarne nemmeno uno (quante traduzioni ho rimandato nel tempo a causa di tutto ciò? troppe, mi verrebbe da dire... ed ecco perché conosco bene questo problema). Ed è proprio qui che deve intervenire la razionalità che dovrebbe risolvere una delle due domande che avevo posto sopra.
Una volta compiuta una scelta ci si trova quindi davanti ai testi veri e propri, e allora interviene la seconda domanda, ed è qui che si scopre che non è affatto necessario tradurre proprio tutto! Innanzitutto un buon traduttore non deve mai forzare una lingua straniera nella propria quando questo processo può diventare esasperante. L'uso di terminologie straniere è infatti consigliato ogni qualvolta che l'uso di una traduzione potrebbe rovinare o interferire con quello che è il tono o il contesto generale. Il voler a tutti i costi localizzare ogni parola può risultare molto più pesante all'occhio dell'utente finale di quanto non avrebbe fatto il mantenimento dell'originale.
Senza però addentrarci nell'annosa questione sulla traduzione di termini tecnici (cosa che mi riservo di fare prossimamente, sempre in questo "ciclo" dedicato alla pubblicazione dell'AITI), il dover scegliere "cosa tradurre" è anche legato a un altro aspetto: spesso i videogiochi contengono infatti alcune parti che per vari motivi erano stati in prima analisi inseriti, per poi risultare inutilizzati causa "change requirements" in corso d'opera. Ciò da una parte può portare il traduttore a scoprire divertenti retroscena (sapevate che Delta Force: Black Hawk Down inizialmente doveva permettere ai giocatori di guidare anche i mezzi, tra cui gli elicotteri?), ma da un'altra lo può portare fuori strada concentrandolo su parti poi impossibili da testare, con somma perdita di tempo.
Da tutto quanto scritto sinora si evince quindi come la fase iniziale di creazione di una traduzione è in realtà davvero molto più importante di quanto non si pensi, al punto da influenzarne spesso anche gli sviluppi successivi. E per questo, non andrebbe mai sottovalutata, sia a livello amatoriale (quello di cui ho trattato io sinora), sia a livello professionale (quello di cui si è invece occupata l'AITI).

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giovedì 11 gennaio 2007

Guida all'acquisto dei servizi di traduzione

A causa di alcune "recenti" letture, mi sono reso conto di come su questo blog non ho probabilmente mai accennato all'AITI, associazione italiana che si occupa di raggruppare e rappresentare la scena delle traduzioni nel nostro bel paese. AITI è infatti una sigla che significa Associazione Italiana Traduttori e Interpreti: come si evince chiaramente, questo gruppo non si occupa solo della sfera traduttoria nel senso stretto (lo stesso con le quali le intendiamo al G.I.T.), ma anche di interpretariato. Il mio interesse ha comunque sempre riguardato solo la prima parte, e quindi è ad essa che farò riferimento.
Nell'ultimo periodo dello scorso anno, l'AITI ha pubblicato sul suo sito un documento dalla lettura tanto semplice, quanto esaustiva. Il titolo? Guida all'acquisto dei servizi di traduzione. Questa pubblicazione (in realtà un prodotto internazionale, scritto da Chris Durban e intitolato "Translation getting it right") è una sorta di vademecum che serve a:

... distinguere fra traduzioni valide e meno valide, fra condizioni di lavoro ragionevoli e improponibili, fra l'utilità di collaborare con il professionista e l'inutilità del "fai da te". - AITI, Guida all'acquisto dei servizi di traduzione

Ma perché un documento di questo tipo dovrebbe interessare un traduttore, visto che si pone dalla parte dell'acquirente? La risposta è quanto mai scontata: perché il traduttore deve cercare sempre di soddisfare le esigenze del cliente finale, che esso sia effettivamente una persona fisica sola o una cerchia molto più ampia (come appunto nel caso delle traduzioni del G.I.T. che si rivolgono non a un solo individuo, ma a una schiera di appassionati), e può raggiungere questo obiettivo solo ponendosi lui stesso domande e dubbi circa l'efficacia di una traduzione rispetto a un'altra, proprio come farebbe un utente qualsiasi.

Associazione Italiana Traduttori e Interpreti

Addentrandomi nella guida sono stati vari gli spunti interessanti che vi ho trovato (nonostante, lo ripeto, la sua apparente semplicità), spunti che posso riassumere in alcune domande chiave:

  • è davvero necessario effettuare una traduzione?
  • come si fa a stabilire quale è il compromesso migliore, in base alle proprie esigenze?
  • a chi dovrebbe essere affidata?
  • meglio tradurre da o verso la propria lingua madre?
  • come si deve coadiuvare il traduttore nel suo lavoro?
  • per essere bravi, è necessario essere bilingui?
  • come affrontare la traduzione di termini tecnici?
Tutto questo (principalmente) è contenuto in solo quelle 17 pagine. Dati gli spunti, penso però che non tratterò ciascuno di essi in questo post (rischierei di non finire più), ma ne suddividerò i pensieri tra più giornate, cercando di capire meglio quello che è il mio obiettivo relazionato ad essi.
Su alcuni principi mi trovo infatti d'accordo, ma su altri trovo che la visione documentata sia un po' troppo orientata al solo mondo lavorativo/professionale, quasi che tutto ciò che esista al di fuori di essa si possa escludere ed etichettare come "inadeguata". Per esperienza diretta non mi sento di accettare a priori questa tesi, senza escludere, naturalmente, che abbia un fondo di verità (soprattutto in alcuni campi particolari).
Per il momento mi fermo quindi qui, ma nei prossimi giorni mi dedicherò a ciascuna delle domande poste sopra.

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venerdì 1 dicembre 2006

Regole grammaticali

"Scroll", in un testo italiano, va referenziato come sostantivo maschile, o femminile?
Il perché di tale dubbio nasce da questa discussione sul forum di Hardware Upgrade, sito che reputo molto interessante e curato. La discussione circa la natura dell'utilizzo del termine "scroll" in un testo italiano è nata quasi per caso, come molte discussioni simili sui forum, e subito si è rivelata essere molto interessante seppur trattata in modo variegato... chi sostiene che vada usato come termine femminile (in quanto la traduzione più vicina è "pergamena" che in italiano è appunto tale), chi sostiene che vada trattato come un sostantivo maschile (come è nella lingua originaria). In pratica si è discusso dell'annosa questione: come usare termini stranieri nella propria lingua?
La questione non è semplicissima, e vede anche diverse correnti di pensieri, un po' come nell'uso delle "s" nel plurale dei termini inglesi usati in contesti italiani: c'è chi pospone la "s" anche in questi casi (es. "i films", "le patches", "gli screenshots", ...) e chi ritiene che sia più corretto usare il solo termine, senza applicarvi regole grammaticali estranee al linguaggio di destinazione. Personalmente sono più tendente a utilizzare questa soluzione nelle mie traduzioni, e nell'uso quotidiano. In altri termini, la "s" al plurale è una regola grammaticale che non appartiene alla nostra lingua, bensì a quella d'oltre Manica, pertanto se devo usare un termine inglese mi limito a riprenderne il termine, senza applicarvi regole estranee al contesto (es. "i film", "le patch", "gli screenshot", ...).

Regole grammaticali

Vale comunque la pena sottolineare come non sia da considerarsi strettamente scorretto l'uso della "s" finale, in quanto è ormai diventato uso comune quasi quanto l'uso di termini stranieri (nella fattispecie, inglesi o statunitensi); si tratta più di una scelta di stile.
Tornando alla questione del femminile o maschile per il termine "scroll", anche qui non si può delineare una soluzione univoca e universalmente corretta: stilisticamente è probabilmente più corretto utilizzare il maschile, ma non si può nemmeno escludere del tutto la traduzione "una scroll" (pur considerandola "sonoramente" brutta da leggere e da ascoltare). Il dualismo di questo utilizzo deriva da un fatto semplicissimo: non esiste il genere nei sostantivi inglesi. Tutto si limita a un generico "the" anteposto al termine ("the scroll" nel nostro caso).
Peraltro, questa particolarità linguistica può rivelarsi fonte di problemi per un traduttore, in quanto non è sempre semplice determinare davvero la forma di un termine (anche se questo non riguarda certamente da vicino i sostantivi di cui discutevamo sopra, quanto più gli aggettivi).
E allora quale è la soluzione? Probabilmente la fornisce un utente stesso su quel forum: non si può. E' sbagliato sia usare "uno scroll", sia "una scroll", in quanto la forma più corretta è senz'altro "una pergamena" (tra l'altro è anche la soluzione più semplice al problema). In sostanza, quando si può usare termini italiani, senza stravolgere il senso originale, è sempre meglio farlo (anche perché in caso contrario non si parlerebbe di "processo traduttorio"), e quando non si può fare altrimenti si cerca di dare una sonorità alla frase tale che non appia fuori contesto.

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venerdì 10 febbraio 2006

L'oasi irraggiungibile

Può una traduzione essere perfetta? L'ovvia risposta è no, non esiste nulla di assolutamente perfetto, sia che si tratti di una traduzione, sia che si tratti di qualcosa di differente. La perfezione è solo qualcosa che possiamo ambire a raggiungere, traguardo infinito che costantemente possiamo vedere, ma mai raggiungere quasi che fosse un miraggio in un deserto assolato. Così il traduttore, come molti altri nelle blandi vesti dell'assetato, è alla ricerca continua di un'oasi che segnali chiaramente il raggiungimento di questo suo obiettivo.
Come ho scritto sopra, la perfezione non esiste: ma allora, cosa cerca il nostro eroe? La soluzione migliore possibile data dal confronto con gli altri traduttori e dall'esperienza. L'ago della bilancia della propria abilità diventa così fondamentale per capire se il percorso che si sta affrontando è correttamente direzionato verso l'oasi, l'obiettivo finale. Il confronto può però diventare un ostacolo.
Il confronto può portare a distogliere infatti l'attenzione del traduttore dal suo vero lavoro, dal suo scopo finale di traghettare un contesto da una lingua a un'altra, azione che (come anche Umberto Eco sottolinea con la frase che ho riportato qui un paio di giorni fa) implicitamente significa sacrificare qualcosa per ottenere qualcos'altro, ovvero il mantenimento dello spirito del testo originale, con le sue immagini evocative e i suoi significati (così come ci ha insegnato Foscolo). Tradurre avendo come scopo quello di superare indenni (se non vincitori) il confronto con altri esperti, può quindi anche rivelarsi uno smarrimento importante e la conseguente perdita di vista dell'oasi.

L'oasi irraggiungibile

Queste convinzioni le ho personalmente maturate nell'arco di tre anni di G.I.T., con le sue mille sfacettature e i suoi mille volti diversi, ma più di tutto ho coltivato questi pensieri negli ultimi tre mesi, in ritiro dalla scena. Non sentendo più parlare di traduzioni, dei loro problemi, ma soprattutto non avendo più confronti diretti sulla qualità di una traduzione, ho iniziato a pensare che il semplice concetto di tradurre per ottenere il risultato stilisticamente migliore era sbagliato sin dalla radice. L'oasi non si raggiunge con un italiano assolutamente privo di difetti o una trasposizione esatta di una frase, ma con la trasformazione di questa frase sin a rendere lo stesso identico concetto in una forma diversa.
"Reborn" e "Waiting reborn" sono parole che sono apparse su questo blog ultimamente a rappresentare qualcosa, qualcosa che voglio cercare di esplicare non con parole mie, ma con citazioni che facciano capire due concetti soli: "rinascita" e "traduzione". Cosa indicano veramente non ha ora importanza (lo si saprà a breve), ma ciò che importa è che volevo comunicare due concetti con una sola parola, che fosse chiara e trasparente nel suo significato.
Qualcuno mi ha fatto notare che è un inglese "maccheronico", stilisticamente non perfetto sebbene non errato. E' vero, ma la forza insita in questa parola e in queste frasi è talmente ovvia che l'obiettivo per cui è stata "creata" è ampiamente raggiunto. Lo scopo non è quindi di mostrare una perfezione stilistica per vantaggiare un futuro confronto, ma quello semplice di raggiungere una comunicazione più ampia possibile.
Se devo tradurre ancora, desidero che le mie traduzioni siano così: imperfette nella forma, ma trasparenti nel significato.

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giovedì 28 luglio 2005

Guida alla traduzione: dizionari in linea

Da pochissimo tempo mi è capitata la fortuna di avere a disposizione un nuovo telefonino con una concezione totalmente nuova: si tratta del nuovissimo Palm Treo 650, nuovo modello di punta della tecnologia Palm (il primo vero produttore a introdurre il concetto di palmare moderno) applicata alla telefonia.
I grandi pregi di questo "palmofonino" (termine coniato per indicare la sua doppia natura di palmare/telefonino... anche se probabilmente è già d'uso comune) sono vari, soprattutto a causa dell'enorme quantità di programmi disponibili su internet e della possibilità di scriversene autonomamente (se si conoscono almeno le basi dei linguaggi di programmazione a oggetti).
Tra i vari programmi, ne ho trovati alcuni davvero interessanti ai fini di questo diario, ovvero dei dizionari in linea, grazie ai quali è possibile avere sempre sottomano un comodo aiuto nella traduzione di testi inglesi e non (ce ne sono per tutte le lingue).

Palm Treo 650

Ricordo poi che trattantosi di dizionari (e non traduttori) coprono solo le funzioni di un normalissimo dizionario cartaceo: non elaborano, infatti, nessun testo in maniera automatica, ma si limitano ad aiutare il traduttore di turno a comprendere meglio il significato di qualche termine particolarmente ostico o, semplicemente, sconosciuto. Un ulteriore supporto, quindi, ai dizionari in linea di cui vi avevo già parlato in un mio vecchio post, ma col vantaggio di stare in un taschino ed essere estremamente portatili.
Giusto per fare qualche nome, mi è capitato di provare SlovoEd della Paragon Software Group, che si è rivelato essere sufficientemente completo (anche se magari non ai livelli di un Babylon Translator) e di immediato utilizzo.
Ancora una volta, quindi, la tecnologia può venire incontro al traduttore (sia novello, sia esperto)! Credo che difficilmente disinstallerò questo programmino dal mio "palmofonino". :-)

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domenica 17 luglio 2005

Guida alla traduzione: scompattatori

Ehi, sono un po' di giorni che non mi faccio vivo, eh? In effetti mi sono concesso qualche giorno di completo riposo, al punto tale che quasi non ho toccato PC (tranne che per pochissime cose). Sembra la disintossicazione di un drogato, vero? :-)
Comunque sono di nuovo qui, almeno fino a quando non arriveranno le (tanto) agognate ferie di agosto (due settimane in compagnia di alcuni amici in giro per l'Europa)!
Per tornare al mio blog ho deciso di riprendere l'idea dei post di ampliamento alla mia guida alla traduzione. Dopo avervi parlato dei dizionari in linea (il 30 giugno scorso), questa volta mi voglio occupare degli scompattatori, ovvero quei programmi che permettono di aprire e gestire gli archivi dei videogiochi più conosciuti (facilitando così di molto il lavoro del traduttore).
Nella guida avevo parlato di Dragon UnPACKer, Extractor e MultiEx Commander, tre ottimi prodotti. Ce ne sono però anche altri, che in parte fanno le stesse cose, in parte compensano lacune e mancanze.
Uno è Game Extractor, programma interamente scritto in Java che racchiude al suo interno la gestione di vari tipi di pacchetti. Un altro è Game File Explorer, che offre (oltre alle solite cose) un editor interno per gestione colori (palette), suoni, ecc...

Game Extraction Central

Questi due programmi sono comunque solo degli esempi. Sono infatti tante, ma talmente tante le applicazioni utili in questo senso, che dovrei fare un elenco pressoché infinito. Per fortuna ci sono, però, delle pagine internet che aiutano il buon traduttore a orientarsi in questo senso.
La prima che segnalo oggi appartiene a un sito russo, dove comunque si riesce a capire benissimo il contenuto (almeno quello che serve): la pagina incriminata è questa, e come potrete constatare da voi, è una risorsa che non deve mancare a chi vuole intraprendere questa passione!
Un'altra risorsa su internet è invece Game Extraction Central, gestito da XeNTaX e Watto, autori di MultiEx Commander e Game Extractor (veri punti di riferimento in materia). Qui è possibile trovare guide alla ricerca e gestione di archivi e file, nonché il più aggiornato archivio che esista (attualmente) sulla grande rete. La cosa notevole è che chiunque può partecipare attivamente alla costruzione di questo archivio, segnalando informazioni scoperte su giochi presenti e non. Un vero punto di riferimento da tenere sempre presente!
Con questo credo di aver dato una maggior idea degli strumenti attualmente disponibili così come li conosco adesso. Un giorno, quando ne avrò il coraggio (ma anche il tempo) aggiornerò la guida alla traduzione inserendo anche queste note. ;-)

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giovedì 30 giugno 2005

Guida alla traduzione: dizionari in linea

Qualcuno si ricorda la mia "Guida introduttiva alla traduzione di videogiochi per PC" (certo che potevo anche ideare un titolo più breve, però)? Non so perché, ma in questi giorni gli stavo dando un'occhiata e mi chiedevo se fosse il caso di aggiornare quel documento con alcune note recenti. Ma cosa inserire? Di note a margine ce ne sarebbero anche, così come parti da espandere e migliorare, ma la domanda resta...
E così mi è venuto il mente di usare il mio diario, questo diario: ecco perché quest'oggi inauguro un nuovo spazio che di tanto in tanto farà capolino da queste parti, uno spazio che cercherà di trattare alcuni aspetti tecnici più recenti, alcune note che tutto sommato non vale la pena di inserire singolarmente nella guida stessa.
Giusto per inaugurare questo nuovo appuntamento, ho deciso di iniziare dai traduttori in linea, un argomento che nella mia guida avevo affrontato solo parzialmente citando l'ottimo Babylon Translator, uno dei più completi dizionari linguistici esistenti. Ecco, qui mi soffermerei un attimo, in particolare sulla parola "dizionario": un buon traduttore non deve infatti affatto vergognarsi da far uso di tali tipi di strumenti, perché c'è sempre un modo di dire o una particolare terminologia che può sfuggire (anche al miglior conoscitore di lingue straniere) a una prima analisi. Il dizionario serve quindi a cercare eventuali significati italiani.
Questo non significa che si può tradurre tutto automaticamente: senza bisogno di tornare alla citazione di Foscolo (guarda un po', anche oggi ho dovuto nominarlo) o alla riflessione di ieri sulla trasparenza, è chiaro a tutti che un qualsiasi strumento informatico non può (per il momento, chissà un futuro) sostitutire la duttilità mentale tipica degli uomini. Ecco perché un traduttore non userà mai programmi come Babel Fish, ma programmi come Babylon Translator.
A tal proposito vorrei segnalare un'applicazione che ho scoperto da poco, ovvero Everest Dictionary: a differenza di Babylon è completamente freeware, e offre una suite davvero niente male, con un dizionario abbastanza completo (sebbene ancora non raggiunge la complessità del primo).

Dizionario Garzanti

Un'altra alternativa è (quando non si sta lavorando del proprio PC) Garzanti Linguistica: collegandosi infatti al sito della Garzanti (e iscrivendosi... tranquilli, è tutto gratuito) si può disporre di una versione elettronica del ben noto dizionario cartaceo (in quanto a completezza non ha rivali).
OK, mi sembra che il concetto sia tutto sommato chiaro, ma a questo punto cosa conviene usare? Dipende dai casi: Babylon Translator è di uso immediato e contiene vari modi di dire ed espressioni gergali (molto ultili), Everest Dictionary è gratuito e offre molte opzioni di personalizzazione (gestendo propri dizionari), Garzanti Linguistica offre la vastità dell'omonima opera cartacea ed è completamente online. Naturalmente poi ci sono altri dizionari in linea, ma quelli che ho usato principalmente sono stati questi, e mi sono trovato talmente bene da non avere necessità di rivolgermi altrove (per il momento).
Con questo credo di aver finito per oggi, e quindi... beh, alla prossima puntata di questa appendice alla guida! :-)

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mercoledì 29 giugno 2005

Traduzione, paradosso della trasparenza

Quest'oggi me ne stavo tutto tranquillo a lavoro (finalmente un giorno di pace senza corse dell'ultimo minuto... almeno per la mattinata) quando, girando per il web alla ricerca di uno spunto interessante per il post di oggi (ricordate il mio post sui "voli pindarici"?), mi sono imbattuto in questa pagina che mi ha davvero incuriosito.
Trattasi del tema di un meeting organizzato un paio di anni fa dall'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale", in collaborazione con la Biblioteca Nazionale di Napoli. Ciò che mi ha attirato in prima analisi è stato il titolo, ovvero "La traduzione: il paradosso della trasparenza". Essendo io un po' malato in materia (che vi devo dire... è una passione che non svanisce col tempo), non potevo desimermi dal fermare i miei occhi su quelle parole.
Ecco un piccolo estratto di quanto si può trovare nella pagina linkata sopra:

La trasparenza [...] si configura come una norma ISO e costituisce uno dei parametri di valutazione della qualità della traduzione specialistica. [...] La lingua filtra il mondo e la traduzione mette in atto un doppio filtro linguistico e culturale. La traduzione dunque in quanto ponte tra due lingue e due culture è un passaggio interpretativo.

Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'

La trasparenza può allora diventare un canone interpretativo, ma anche presentarsi come paradosso, se si considera la non neutralità della lingua e della cultura. [...] - La traduzione: il paradosso della trasparenza

Gli spunti che si possono trarre da questo spaccato (peccato non saperne di più sul resto) non sono certo pochi, anzi!
Vedere una traduzione come un passaggio che deve cercare di essere il più possibile "trasparente", al di là di quelle che sono le differenze che distinguono ciascun linguaggio, rende davvero l'idea di quale dovrebbe essere lo scopo ultimo di un lavoro di questo tipo. Oltretutto, se ci si fa' caso, questa definizione di trasparenza non si allontana poi molto da quella data da Foscolo all'atto stesso della traduzione (per chi non sapesse di cosa sto parlando, leggete questo post), da lui definita come qualcosa che possa mantenere intatte passioni ed emozioni. Non è anche questa una forma di trasparenza che si eleva al di sopra di ogni diversità linguistica e culturale?
Insomma, un altro motivo per cercare di capire meglio cosa facciamo all'interno del nostro gruppo. La mia ricerca non è comunque finita, e chissà quali altre riflessioni vedranno la luce in questo blog.
Interessante? Non so per voi coraggiosi che vi siete avventurati in queste lande desolate, ma visto che questo è un blog, perché no?

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venerdì 24 giugno 2005

Yin e Yang

Lingua originale o traduzione? Questo è un dubbio su cui ho sentito più volte trattare in giro per forum e siti, dove solitamente si venivano a delineare forme precise di pensiero: chi a favore delle traduzioni, chi grande sostenitore delle lingue originali. E questo non solo per quanto riguarda i videogiochi (anzi), ma anche per tutto il resto, come film, libri, ecc...
Ma cosa differenzia queste due correnti di pensiero? In fondo credo proprio nulla, perché alla radice si trova la stessa voglia di godere al meglio di questi attimi di relax (in tutte le sue varie forme). Ciò che veramente è diverso è il modo in cui l'una parte e l'altra parte identificano questa esperienza... come una sorta di Yin e Yang, due faccie della stessa medaglia.

Yin e Yang

Personalmente non posso dire di non amare né la prima, né la seconda soluzione: la lingua originale ha un fascino tutto suo, ovvero quello in cui è stata pensata e realizzata una data opera. Spesso mi capita infatti di pensare (ascoltando un film doppiato, giocando un videogioco localizzato o leggendo un libro tradotto) a quale era il termine originale per una parola, oppure il modo in cui era stata pensata una frase.
Ma volete mettere la comodità di mettersi tranquilli, sulla propria sedia o poltrona e concentrarsi solo sull'esperienza in sé, senza preoccuparsi di non capire una parola o perdere anche un solo concetto? Non c'è nulla che io detesti di più di perdere il senso di un discorso.
E allora? Meglio Yin o Yang? Nessuna delle due, a volte meglio la lingua originale (per gustarsi ogni virgola), a volte meglio la traduzione (per rilassarsi e farsi trasportare). E' solo questione di ispirazione momentanea.
Almeno per me, è ovvio! :-)

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mercoledì 15 giugno 2005

Ugo Foscolo

Ieri sera, dopo aver redatto il mio post sulla spontaneità della comunità internettiana, mi sono imbattuto in un sito che narra di Ugo Foscolo come storico traduttore italiano che passò parte della sua vita cercando di portare nella nostra lingua capolavori come l'Iliade e l'Odissea, nonché molte altre opere.
Incuriosito mi sono messo a leggere meglio (ammetto di non essere mai stato particolarmente bravo in letteratura italiana) e sono giunto a una frase che mi ha davvero colpito:

Ottima fra le possibili traduzioni di poemi antichi in lingua moderna, quella che generalmente ecciterà le stesse passioni nell'anima, e le stesse immagini alla fantasia con lo stesso effetto dell'originale - Ugo Foscolo

Mi sono sempre chiesto quale potesse essere la definizione migliore che si potesse assegnare all'atto di tradurre un testo, videogioco o libro che fosse. In giro ne ho lette alcune, ma nessuna mi piaceva veramente. Ho persino provato a scrivere cosa intendevo per "traduzione" nel primo diario di traduzione che scrissi sul G.I.T., ma ero davvero lontano anni luce da queste parole.

Ugo Foscolo

Ecco perché adesso questa frase (seppur, ahimè, leggermente tagliata per problemi di spazio) campeggia su ogni pagina di questo piccolo spazio web.
E credo proprio che rimarrà lì dov'è per molto tempo a venire.

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